scritto domenica, 16 marzo 2008 in:
divagazioni
Da ragazzina un forte amore mi legava a Napoli. Meta preferita quando si marinava la scuola, mecca dello shopping per noi provincialetti, lì c'erano i concerti a cui andavamo o a cui non ci mandavano, lì portavamo i cugini in visita mostrando il percorso obbligato dalla stazione al palazzo reale, fino al porto a godere su una panchina dell'odore del mare. Mio padre conosce Napoli a menadito. Da piccoli ci portava spesso in giro per la città, ci mostrava i suoi mille tesori, "potrebbe essere una delle città più belle del mondo" diceva "più bella anche di Roma forse, solo se..." e qui il discorso cadeva. Non capivo la severità di papà nei confronti di quella città. Mio padre era stato studente nella Napoli degli anni '60 che era tutt'altra città rispetto a oggi, era, uso un termine improprio, genuina. Quando io ero ragazzina Napoli aveva ancora mille culuri, o ero forse io a vederla così. Controbattevo all'insofferenza di mio padre nei confronti del malcostume dicendo che si, però, dai, sono simpatici, la città è troppo bella, spaccanapoli etc. Per molti anni ho pensato questo, e cioè che la furbizia, l'arte di arrangiarsi, l'affarismo, la noncuranza fossero cose minime, non legate ai veri problemi della città.
Oggi sono stata di nuovo a Napoli e l’ho vista grigia. Vedo la gente indurita, non c'è spazzatura per strada, il centro viene sempre ripulito (ricordo durante il G7 di tanti anni fa - sembrava di essere in Svizzera) e le periferie sempre più ghettizzate. Gli extracomunitari qui mi sembrano più emarginati che altrove, ma sono ancora in pochi. I ragazzini sono violenti e odiosi. Ho visto una bambina (letteralmente) maltrattare un vecchio nell’autobus senza alcun motivo se non quello della ‘uapparia, o di una sua antipatica imitazione.
Ho cambiato idea da tempo. Mi sembra tutto concatenato e la minima azione furba o scorretta mi sembra far parte di quel panel infinito che va sotto il nome di mentalità mafiosa. Passare col rosso, farsi raccomandare, fregare un ingenuo sul prezzo, tutto. E non è solo Napoli a sprofondare sotto il peso di questi errori, siamo tutti. Tutti che ci autogiustifichiamo per la nostra italica arte di sopravvivere. E invece dovremmo pretendere, diritti, dignità, senso civico.
Qualche anno fa, per necessità, la mia famiglia ha avuto bisogno della sanità napoletana: allora nello sfacelo ho capito. Una persona che crede di vivere in una nazione civile non può e non deve accettare certe cose. Da allora non accetto più nulla di simile. Nemmeno e soprattutto da Napoli.
L’autobus che mi porta a casa, nella quiete del mio paesino irpino, partendo da Napoli sale in alto per imboccare la tangenziale. Si passa da un tornante dove mio padre andava da giovane a prendere le pizze, le pellicole da proiettare nel cinema che gestiva. Ricordo tutte le volte che ho fatto questa strada in macchina con lui che mi indicava il palazzo preciso e mi descriveva i centinaia di western che proiettava. Oggi è scattato il rosso al semaforo, l’autobus si è arrestato e io ho avuto il tempo di gaurdar fuori. Era il tramonto, sotto il mio sguardo avevo Napoli intera che si preparava per la sera. A sinistra la minaccia perpetua del Vesuvio, la città fitta fitta, interrotta solo dalle scandalose sagome dei Pirelloni partenopei (il centro direzionale dove tutto si decide, male), a destra il mare, Capodimonte, Santa Lucia, Marechiaro, Posillipo. Maledizione, potrebbe essere la città più bella del mondo se…
vistodalsud @ 12:10 | commenti:
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